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sabato 2 novembre 2013

Meccanismi esplosivi

Oggi parliamo di generi letterari. Il discorso sarà breve o, almeno, non ho la iniziale intenzione di trattarlo in maniera dispersiva ma, si sa, questi scrittori a volte si fanno prendere la mano e si perdono in inutili bla bla bla, convinti che alla gente interessi sentire quello che hanno da dire. (ecco, per esempio, tre righe sprecate che nel frattempo sono diventate quattro, per dire qualcosa di davvero inutile, cinque, dai, ora comincio, prima di sforare nella sei.)

Dicevamo: generi letterari
Cosa sono i generi?
Senza rifarci a wikipedia e rimanendo su concetti spicci, i generi altro non sono che categorie di scritti con elementi comuni e ricorrenti, siano essi di forma, di contenuti, di ambientazione o di approccio.
Esempi di generi sono horror, fantascienza, giallo, thriller, fantasy, eccetera.

Ora, cominciamo la vera riflessione.
A cosa servono i generi?
La risposta dipende dal punto di vista.
Dal puro punto di vista dello scrittore, secondo me non servono a niente. Se uno vuole solo scrivere, se ne frega se sta producendo horror o paranormal romance, ha in mente gli elementi della propria storia, ha in mente gli aspetti su cui vuole puntare e bon, scrive. (si spera con un livello di cognizione di causa il più alto possibile)
Dal punto di vista del lettore, invece, sono utili. Qualunque scrittore si è trovato nella situazione in cui, dopo aver detto a qualcuno la fatidica frase "sto scrivendo un libro", tale qualcuno risponde circa "ah, che bello, ma che tipo di libro?".
Ora, lo scrittore può dare una risposta come: "Ma, sai, è la storia bla bla bla di una ragazza bla bla bla in un'ambientazione bla bla bla, poi c'è un personaggio bla bla bla che fa bla bla bla nel bla bla bla del bla bla bla. Scritto in uno stile bla bla bla, con richiami a Tizio, Caio e Sempronio (mi ha sempre fatto ridere Sempronio), con un'eco (sì, in italiano la parola eco è femminile, traumatico, vero?) del secondo Pinco Pallino e altri bla bla bla infiniti". N.B. una risposta di questo tipo, a meno che non sia esplicitamente richiesta in OGNI sua componente (inteso una richiesta esplicita per ogni parte) è soporifera, stimola la diuresi e oltre a tanta plin plin, provoca improvvisi attacchi di tanta plom plom, cosa che voi scrittori non volete.
OPPURE, tale autore può rispondere: "è un romanzo di genere fantasy con diversi elementi horror e da B-movie. La storia di Sempronio Svensson (ok, ho deciso che lo userò in un prossimo scritto, promesso), artificiere svedese cassintegrato con un talento per sbagliare le scelte 50-50, che combatte contro dei malvagi alieni samurai". (questa storia s'ha da scrivere)
In una frase del genere, l'interlocutore sentirà SOLO le seguenti parole:
FANTASY e penserà a scene dal signore degli anelli
HORROR e penserà che ci saranno scene che fanno paura
B-MOVIE (se sa cosa sono) penserà a... non vogliamo saperlo, certi angoli della mente di un amante del genere possono avere effetti disturbanti sulla psiche.
MALVAGI+ALIENI+SAMURAI e sbaverà dalla voglia di leggere il vostro romanzo XD
4 concetti in una frase, facile, immediato, sintetico e comprensibile.
Il potenziale lettore ha, in 10 parole, creduto di aver capito di cosa si tratti e può decidere se gli interessi o meno. Facile.
Dal punto di vista dell'editore, servono perché il compito dell'editore è anche quello di comunicare con i lettori per convincerli a comprare i libri che vende, altrimenti nun se magna.

Ma i generi da dove arrivano e dove vanno?
Sul "da dove arrivano" è facile. In un certo momento della storia della letteratura, un certo autore Sempronio (anche lui probabilmente cassintegrato come il nostro amico Svensson) ha scritto un determinato brano con determinate caratteristiche. Quel brano è piaciuto e quindi Sempronio ha scritto ancora, qualcosa di simile, oppure Sempronio ama scrivere cose di quel tipo e quindi ha continuato anche se il brano non se l'è filato nessuno. Fatto sta che, prima o poi, a qualcuno quel brano è piaciuto, magari ha deciso di riproporne tematiche o caratteristiche.  Come lui anche altri, fino a che c'è stato un bello zoccolo duro di autori e lettori appassionati di quelle caratteristiche.
Dopo tot processi del genere, un qualche studioso di letteratura ha detto "dai, partendo da quegli scritti, cerchiamo di desumere e canonizzare le caratteristiche peculiari di tutti questi tipi di orientamenti letterari" eeeeee... magia magia magia... puff... nascono i generi letterari.
Fino a qui va tutto bene, non c'è niente di male.
Però (c'è sempre un però, maledetti però), dobbiamo arrivare al punto "i generi dove vanno?". E sono dolori.
Oggi credo che scrittori e lettori siano un po'schiavi di questa distinzione di generi. Gli scrittori, quando si approcciano a un brano, spesso e volentieri ne decidono il genere a tavolino, prima di cominciare a scrivere. "Oggi scrivo un horror", oppure "oggi scrivo un giallo", vanno a vedersi quali sono le caratteristiche proprie di quel genere e poi ne ricalcano i tratti.
Questa cosa è agghiacciante, soprattutto perché nessuno ci vede nulla di male.
Quando è successo che i generi, che sono un'astrazione, nata A PARTIRE dagli scritti, sono diventati un VINCOLO agli scritti?
Io credo che il discorso sia un po'analogo al razzismo/sessismo/ecceterismo.
Certe categoria hanno dei tratti comuni, è innegabile, i nostri processi di apprendimento e interpretazione della realtà si basano proprio su questo principio.
Vediamo un maschio, ha le palle. Vediamo un altro maschio, anche quello ha le palle. Ne vediamo un terzo, ancora palle. Desumiamo: i maschi hanno le palle. Ok. Fino a qui è davvero tutto ok.
Però (sempre con i però), da qui a dire "TUTTI I MASCHI DEVONO SEMPRE E PER FORZA AVERE LE PALLE" la differenza è abissale. Senza entrare nel merito logico-filosofico della questione o mettersi a parlare dei problemi dell'induttivismo (il tacchino induttivista insegna), sono pronto a scommettere che di maschi che non hanno le palle ognuno di noi ne conosce fin troppi.
(sensi stretti e sensi lati che si mischiano come ingredienti nel bimby).

Quindi, in fin dei conti, trovo che conoscere i generi letterari serva a un autore nel senso che è utile sapere certi lettori a cosa sono potenzialmente interessati, ma in ottica squisitamente manageriale. Ma i generi letterari non devono diventare una prigione, altrimenti si scriveranno solo cose che sono già state fatte, con caratteristiche che, proprio perché note e studiate e codificate, sono per forza qualcosa di già visto. Dove sta l'innovazione? Dove sta il piacere di leggere qualcosa e non sapere già da pagina 1 che cosa ci aspetta?
Ragionate sul fatto che alcuni degli scrittori più affermati del giorno d'oggi hanno costruito la loro fama proprio sul discostarsi da certi canoni e certe logiche editoriali e di marketing.
Martin, che dopo la serie tv di Game of Thrones ha una notorietà infinita, ha preso il principio base del "piano, non facciamo morire i personaggi, che poi magari i lettori si indispettiscono" e ha detto un sonoro "ma vaffanculo" e nei suoi libri muoiono tutti manco stesse scrivendo di Schwarzenegger, ha preso il concetto di "aspetta, non esageriamo con i personaggi, altrimenti il lettore non ti segue" e ha detto anche qui la medesima cosa. Ha detto "io voglio scrivere 50 spy story in una, ma voglio che ci siano i draghi, degli zombie dei ghiacci, sesso a caso, violenza a caso, niente magia che altrimenti poi mi diventa dragon ball e voglio che i miei personaggi mangino bene (sai mai che sia il loro ultimo pasto, le probabilità sono tutt'altro che basse)".
Vedete un genere qui?
DOPO che lui ha scritto, DOPO che è diventato famoso, allora tutti a cercare di affibbiargli un'etichetta, perché così si vende meglio, perché così i lettori possono capire.

Da lettore, dico che gli scritti, secondo me, rientrano in DUE soli generi: quelli fatti bene e quelli fatti male. Rimando al precedente post del blog (lo trovate QUI) per un approfondimento su questo tema.

Per concludere, i meccanismi di cui sopra non sono sbagliati in sé, ma sono strumenti, e gli strumenti non dovrebbero mai diventare i fini, altrimenti fa tutto la fine dell'artificiere Sempronio Svensson quando si trova nel topico momento del "taglio il cavo giallo o il cavo blu?".
Meccanismi esplosivi.



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martedì 22 ottobre 2013

E poi dicono che "bisogna avere fiducia"

Buongiorno a tutti, oggi vi tedio con una piccola riflessione, noiosa se vogliamo, sull'editoria. Visto che buona parte del discorso fa un quadro dell'editoria in Italia e di alcuni meccanismi che il lettore medio non conosce, si può tranquillamente saltare e andare all'ultimo paragrafetto (breve) che è la conclusione nonché il punto del discorso. ;)

Premessa: in Italia ci sono una roba tipo ventordicimila editori, di cui una manciata grossi, tutti gli altri piccoli. Ignoriamo quelli grossi, che tanto in Italia possono fare quello che vogliono (anche se di recente...) e focalizziamoci sugli altri.
Dopo quasi 2 anni nel panorama dell'editoria indipendente, mi sono fatto l'idea che di buone penne ce ne siano diverse, ma di grandi penne davvero poche poche (ma proprio, seriamente, poche poche).
Ora, visto che di materiale davvero degno uno scrittore può produrne una certa quantità all'anno (esageriamo senza ritegno, diciamo un romanzo al mese), e mettiamo che le penne davvero degne (esageriamo ancora in modi imbarazzanti) siano cento. abbiamo 1200 romanzi/scritti/raccolte davvero validi/e.
Mettiamo che, poco poco, ogni casa editrice indipendente ne pubblichi uno di questi, abbiamo 1200 case editrici indipendenti che pubblicano roba davvero bella.
Ma le altre ventordicimila meno queste 1200? Rendiamoci conto che pubblicano roba tutto sommato mediocre o carina ma non eccelsa. Tutto ciò quando va bene, diverse pubblicano cose che sono un insulto a scrittori, lettori e altri editori (e su questa frase torniamo a inserire anche i grandi editori).
E tutto ciò, per me, è un triste dato di fatto su cui c'è poco da discutere.

Ma cosa implica tutto ciò?
Mettiamoci per un attimo dalla parte del lettore.
Io lettore voglio comprare un libro, cosa faccio?
Accendo il cervello (spero) e comincio a ragionare:
Voglio un bel libro, cerco un bel libro, vado in libreria e chiedo al libraio di consigliarmi qualcosa direttamente a voce oppure indirettamente cercando tra gli scaffali, tra libri che lui ha "selezionato" per voi in precedenza (e qui abbiamo già fatto saltare per aria la stragrande maggioranza degli editori indipendenti che in libreria sugli scaffali non ci arriva MAI perché la distribuzione è in mano alle grosse case editrici).
Percorso alternativo:
Accendo di più il cervello e accendo il computer. Cerco delle case editrici specializzate nel genere che vorrei leggere, spulcio le copertine, leggo qualche recensione di qualche sito/blog (vatti a fidare), cerco qualche informazione sull'autore, qualcosa di suo da scaricare gratuitamente per farmi un'idea di cosa/chi andrò a leggere e poi scelgo.
La verità è che il percorso alternativo non lo sceglie quasi nessuno, ma anche se lo scegliessimo tutti, si presenta un altro problema:
Vi ricordate le ventordicimila case editrici indipendenti che pubblicano solo cose mediocri?
Ecco, il punto è il seguente:
Chi ha il tempo di spulciare tutto ciò che pubblicano tutte queste case editrici alla ricerca di ciò che davvero vale la pena leggere (perché scritto bene, intendo, il discorso esula dai gusti personali) ?
L'alta qualità è nascosta e sepolta sotto montagne di -non si può dire-, e scavare in mezzo alla -non si può dire- non piace a nessuno.
Un ultimo spunto: l'autopubblicazione.
Se le case editrici in genere pubblicano solo -non si può dire- (badate bene, le eccezioni ci sono e sono anche delle belle realtà), la situazione peggiora nel settore autopubblicazioni.
Ho avuto modo, di recente, di scaricare diversi (una sessantina, quindi non proprio pochi) ebook di persone che ne tessevano le lodi, supportate dalle considerazioni di diverse persone.
Ripeto che non ne sto facendo una questione di gusto personale, ma solo una questione tecnica.
Insomma, non ne ho trovato NEMMENO UNO che rispondesse a dei requisiti minimi di scorrevolezza, correttezza grammaticale, sintattica, lessicale, di intreccio, di empatia, coerenza, verosimiglianza, eccetera... dicendola in termini di twitter: #neancheciabbiamoprovato.
Io ora penso, (scusate se ci saranno volgarità):
"Ma vaffanculo! Mettere le dita su una tastiera non fa di te uno scrittore e se scrivi così vuol dire che non leggi, altrimenti la differenza tra quello che produci tu e uno scritto umano la noteresti. Se pretendi di scrivere senza aver prima letto..." il pensiero finitelo pure voi con la frase che più vi aggrada, ma siate crudeli!
L'esercito degli autopubblicati/andi è composto, per la stragrande maggioranza, dalla gente che, dopo aver mandato il proprio manoscritto a tot case editrici, si è vista rispondere "ascolti il suo manoscritto fa schifo, impari a scrivere e poi ne riparliamo", ma invece che capire che se in tot professionisti del settore ti dicono tutti la stessa cosa e gli unici che ti dicono che sei bravo è perché vogliono scucirti montagne di soldi (vedi "editoria a pagamento") allora magari è vero che non sei proprio bravo a scrivere. Ma loro no, si impuntano e dicono "il mio libro è il più bello di sempre, se gli editori non mi capiscono, allora gli editori non avranno un centesimo dei miei soldi, mi autopubblico".
Ora, concordo sul fatto che non tutti gli editori siano competenti, ma concordo di più col fatto che gli aspiranti scrittori con delle vere capacità sono proprio quelli che si rifiutano di proporre un lavoro fatto con il duodeno e che se un editor dice loro "guarda che qui, qui e qui hai fatto un sacco di cazzate", rileggono e ragionano, modificano, correggono, perché prima di tutto RISPETTANO I LETTORI A CUI VOGLIONO PROPORRE UN BRANO.
Sì, perché io, parlando da lettore e non da scrittore, mi sento insultato quando un autore o un editore mi propone di spendere dei soldi per un brano non curato (si parla sempre dell'aspetto tecnico, la trama e l'approccio poi possono piacere o meno, ma è questione di gusto e su quello c'è poco da fare, ognuno ha il proprio). Mi sento proprio come se, dopo aver speso i miei soldi per fare un acquisto, il venditore mi dicesse "tiè, idiota, ti sei fatto fregare come un pollo. Sfigato!" e queste cose non solo mi fanno incazzare, ma riducono anche drasticamente la mia propensione all'acquisto di altre opere secondo le stesse modalità, e chi ci va di mezzo sono quelli che invece i miei soldi li meriterebbero tutti.



La cosa peggiore in quest'ottica è proprio che, qualora un autore valido volesse autopubblicarsi (ne conosco diversi che lo hanno fatto per motivi sensati), troverebbe il proprio valido lavoro che naviga in mezzo a un mare di quella sostanza organica che non si può dire... e come fare a farsi notare in mezzo a tutto ciò prima di venire letto?
La soluzione proposta dal sistema sono le "recensioni/valutazioni".
Io sono un accanito sostenitore delle recensioni degli utenti, ma anche qui c'è qualcosa da dire.
Se io dovessi autopubblicare qualcosa, è chiaro che i primi a comprarla sarebbero amici e parenti, tutta gente a cui si può chiedere "dai, scrivimi una buona recensione e dammi un voto alto, così il mio romanzo sale in graduatoria e mi comprano anche gli altri".
Quindi anche il sistema delle recensioni non è poi così affidabile.
Personalmente, ritengo un prodotto più valido se ha una media di 3/5 e 500 votanti di uno che ha 5/5 e 10 votanti. Prima di tutto perché solo una ristretta percentuale delle persone lascia voti e commenti, poi perché per esperienza so che se fai leggere a tot persone qualcosa, non piacerà a tutte, MAI!

Tutto questo per dire che l'editoria, sia homemade che tradizionale, sia grande che piccola, dovrebbe prestare più attenzione ai lettori, portare più rispetto.
Smettere di pensare che siccome mi chiamo Feltrinelli allora la gente comprerà quello che dico io anche se è un prodotto mediocre (più che altro perché poi la gente lo fa e si rovinano generazioni di lettori che credono che... lasciamo perdere...).
Smettere di pensare che si è capaci di fare qualcosa se non se ne hanno neppure le basi. La possibilità di pubblicare ormai è stata data a tutti, purtroppo non a tutti è stato dato anche un senso critico.
Poi, per quanto riguarda i lettori: commentate, votate, lasciate SEMPRE le vostre impressioni. Sono molto serio quando vi dico che è importante. Positive o negative che siano.
Fatelo per voi, perché così vi aiutate a scegliere qualcosa che non vi sarà stato imposto da qualcuno dall'alto, ma vi sarà stato consigliato da chi è come voi.
Recensire è il miglior regalo che possiamo fare a noi stessi, perché dovremmo ormai essere stanchi di sbagliare e pensare...
"e poi ci dicono che bisogna a vere fiducia".
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domenica 18 agosto 2013

Quando i leoni muoiono...

Questo è un post per tutti coloro cui piace leggere.
Se siete qualcuno (o qualcuna) che, mettendo assieme i vari stralci, ha letto un libro e mezzo, ristretto, corretto hollywood, allora potete ignorare tranquillamente questo post. Non perché non mi piaccia chi non legge, anzi, a dire il vero è proprio perché non mi piace chi non legge.
Hahaha, scherzo dai, ma sono anche uno scrittore, capitemi... ;)

Comunque, tornando a noi, SE siete persone che provano piacere nella lettura, SE siete persone a cui il mondo va un po'stretto, SE siete persone che vogliono di più, allora vi parlo di un progetto: la factory editoriale.

La factory è tante cose, un gruppo non omogeneo di autori con omogenei obiettivi, una scuola di scrittura, un gruppo di editing, un ammasso raziocinante di menti malate nel miglior modo immaginabile.
La factory è un'ambizione.
L'ambizione di poter fare qualcosa come le formiche e non come i leoni. Se nasci leone non è difficile ruggire e farti sentire a miglia e miglia di distanza. Se nasci formica, invece, devi agire in modo diverso: devi raggiungere le altre formiche, una alla volta, parlare con loro e far loro capire che lavorando tutte assieme, ognuna con il proprio compito, si può creare qualcosa di grande, efficiente, efficace, splendido.
Noi autori della factory abbiamo già cominciato a costruire il formicaio, lo abbiamo progettato grande, perché tutte le formiche che si sono un po'stancate di lasciare che i ruggiti dei leoni scandiscano la loro vita possano avere un posto dove accomodarsi, sentirsi a casa e vicini a persone come loro, non personaggi imposti dall'alto senza qualità né quantità.
Una formica non può permettersi di non fare il proprio dovere, una formica rispetta chi ha accanto e sa che il successo si raggiunge solo se ognuno fa la propria parte.

Ora, la mia parte, come quella dei miei colleghi della factory, è quella di produrre, scrivere, organizzare eventi, avvicinarci a voi.
La vostra, se doveste volerlo, sarebbe quella di venirci a trovare, interessarvi a quello che facciamo, lasciarci avvicinare per fare PER voi esattamente ciò che i leoni fanno DI voi.
Noi raccontiamo storie, belle storie, storie da condividere accanto a un falò sulla spiaggia, sotto una coperta in una baita di montagna o nell'intimità delle nostre case.
Queste storie vogliamo raccontarle a voi, perché è per voi che lavoriamo.
Quello che chiediamo non è nulla più di quello che già fate, solo in un modo diverso, più audace. Vi chiediamo solo il coraggio di fare un passo nella nostra direzione, uno solo, tutti gli altri li stiamo già facendo noi.

Volete saperne di più sulla factory? Volete sapere quando usciranno i nostri libri, dove li presenteremo, come aiutarci a ingrandire il nostro formicaio?
Bene, non potrei essere più felice.
Scrivete un'email a info@casadeisognatori.com in cui chiedete esplicitamente di essere aggiunti alla mailing list del progetto, regolarmente (ma non così spesso da infastidirvi, ci mancherebbe) sarete aggiornati su tutto ciò di cui sopra e molto altro.

Il vostro supporto per noi è la cosa più importante, e sapete perché?
Perché l'unione fa la forza, perché ride bene chi ride ultimo, perché quando i leoni muoiono, sono le formiche a sbiancarne le ossa.
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venerdì 19 luglio 2013

Factory Editoriale

C'era una volta una casa editrice piccola ma funzionale di cui, tra l'altro, non avevo mai sentito parlare. Perdonatemi ma sono in questo modo da relativamente poco tempo.

Il padrone di casa un bel giorno ha deciso che voleva fare le cose in grande e ha ben pensato di ingrandire lo stabile e di avviarci dentro una bella fabbrica.

Ha spulciato tanti curricola (tra cui il mio) e ha deciso la composizione del suo team di lavoro, il capitale umano necessario allo svolgimento delle attività.

E fu così che fu avviata la prima factory editoriale italiana, e fu così che mi sono ritrovato a farne parte.

In buona sostanza, ora ho un editore che vuole pubblicare ciò che scrivo, ho altri scrittori a supporto, ho una struttura cui dare il mio aiuto e da cui ricevere aiuto in caso di bisogno.
Sono contento di tutto ciò.

Chi mi conosce, però, sa che io agisco per il meglio ma mi preparo sempre al peggio.
Le premesse sono molto buone, staremo a vedere ora come evolverà la situazione, se si riuscirà a instaurare un buon rapporto di collaborazione con gli altri autori, se il dialogo sarà costruttivo, se si formeranno i tipici "gruppetti" di manipolazione.
Insomma, l'idea è buona, il primo approccio anche, ma quando ci sono degli interessi in ballo, ho imparato che le persone si comportano nei modi più assurdi, anche autodistruttivi a volte.

Confidiamo nell'editore che, a mio avviso, pare una persona competente e intransigente il giusto per tenere eventuali arroganti (che non mancano MAI) in carreggiata.

Quindi un sentito in bocca al lupo a tutti quelli a bordo, all'editore, a me nello specifico e a questo progetto ambizioso, che non debba mai naufragare e non perda mai la bussola.
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martedì 18 giugno 2013

Zombie Masterchef - Eliminazione


In televisione la tensione era palpabile. Gli aspiranti cuochi stavano in piedi alle proprie postazioni, ognuno dietro al piatto che aveva cucinato per quella prova speciale. Chi aveva entrambe le braccia le teneva incrociate dietro la schiena, i pochi ad avere ancora le labbra se le mordevano ansiosi.
Al tavolo dei giudici sedevano Zom Bastianich, bandiera della ristorazione non-morta negli Stati Rappezzati d’America; Bruno Zombieri, chef pluriascellato nei migliori ristoranti non-morti del mondo e Caracollo Cracco, due ascelle Michelin, 18.5/20 sulla guida del Decesso e tre falangette Gambero Rotto. Squadravano i concorrenti, indecisi su chi chiamare per primo.
«Bob, dai, vieni tu.» sentenziò Bastianich con il suo tipico accento italoamericano.
Lo zombie poggiò il proprio piatto sull’avambraccio e si avviò claudicante fino al tavolo degli chef.
«Cosa ci fai assaggiare oggi, Bob?» domandò Zombieri.
«Ho portato un filetto di umano su una riduzione di salsa di cervella e vermi di terra passati fini, tutto accompagnato da un’insalata di frattaglie e rognone frollato.»
Lo chef Bruno tagliò scoordinato un boccone di filetto e lo intinse nella salsa, poi lo mise in bocca assaporandone il gusto. Silenzio.
Se Bob avesse avuto un cuore, avrebbe avuto un infarto.
«E come si chiama questo piatto?» chiese lo chef.
«L’ho chiamato “Lapide Erotica”.» rispose tronfio Bob.

Zombieri sputò la carne nel tovagliolo sporco e fissò sconcertato l’aspirante cuoco:
«Questa carne è cotta. Ma stai scherzando? Fa schi-fo! Come fai a cuocere la carne? La carne va mangiata cruda, capito? Cru-da!» e tornò a sedersi seccato borbottando insulti in zombolognese.
Cracco annusò il piatto da vicino, si rivolse a Bob senza nemmeno prendere la forchetta.
«Prima di tutto, perché hai ucciso l’umano? Non lo sai che l’umano si mangia vivo o, al massimo, appena morto? E poi, il cervello e i vermi di terra? Insieme? Questa non è cucina, è terrorismo. A questo punto condiscilo anche con l’acquasanta, nascondici dentro dell’aglio, o proiettili d’argento, non lo so. Come fai a mettere insieme un sapore delicato con uno violento? Il cervello non si sente più, hai fatto una poltiglia che sa di terra e basta. Io comunque questo piatto non lo assaggio neanche, perché fa schifo!»
Se Bob avesse avuto gli occhi, avrebbe pianto.
Fu il turno di Bastianich, il giudizio era stampato sul suo volto scarificato ancora prima che arrivasse davanti al piatto.
«Non ti virgogni per questo piato? È una dilusione totale.» esordì col suo inconfondibile accento americano. «La carne è cota, il riduzioni è un insulto a me, ai altri giudici e a tutti tuoi amici, che dopo che hai cucinato questo piato mi sa che non sarano più neanchi tanto amici,» fece una pausa per assaporare frustrazione e disappunto. «Poi, insalati di frataglie? Ma stai schirzando? Qui siamo tuti per trovare grandi chef e tu cucini piato di casalinga frustrati? Tu non sei un masterchef, sei un desperate housewife e, visto che sei uomo, io pensa che tu è anche un po' faggot, tu sai cosa significhi faggot? Vuol dire che tu sei uno uomo che li piacciono altri uomini.»
Bob nascose il volto nell’incavo del gomito, era disperato, ma Zom Bastianich era implacabile, una mitragliatrice che non si sarebbe fermata finché avesse avuto pallottole.
«E desso mi vieni anche di vomitare pensando dove tu può avere messo rognoni che ha usato per cucinare piato,» sospirò enfatico, «questo schifo io non darei neanche di mangiare a tre. Mio cane si chiama quatro, ma io di oggi lo chiamo tre, perché sicuro che se uno mangia tuo piato, poi muoro, quindi di quatro poi rimane solo tre. Questo è uni schifo, io adeso sono deciso di chiedere Bruno i Caracollo di non sagiare altri piati e di mandare subito casa te, perché io non sono qui che tu prendi culo. Non sono nianche tanto diluso, sono proprio incazato.»
In un impeto di rabbia, prese Lapide Erotica e lo scaraventò a terra, schegge di ceramica tintinnarono sul pavimento spargendosi per lo studio. Zom si voltò verso gli altri due giudici che, inquadrati in primo piano, scossero la testa in segno di assenso.
Caracollo avanzò fino davanti a Bob e lo guardò fisso con gli occhi senza palpebre. Tra gli astanti calò il silenzio più assoluto.
«Bob, il tuo piatto è davvero la cosa più salubre che io abbia mai assaggiato, sono sicuro che nessuno, nemmeno tre, il cane di Zom, avrebbe potuto fare peggio di te. La tua avventura finisce qui. Togliti il grembiule e lascia per sempre la cucina di zombie masterchef.»
Se Bob avesse avuto le mani, avrebbe salutato.
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Ogni riferimento a cose, persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale.
L'intento del racconto è squisitamente goliardico, quindi eventuali moralisti si astengano dal fare commenti e annotazioni che, come direbbe un mio caro amico "fanno cascare le palle", grazie.
Bastianich è un idolo incontrastato che sembra fatto apposta per scatenare le fanfiction più assurde, che nessuno ci tocchi Bastianich, altrimenti muoro.
Peace and love. :)
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martedì 27 novembre 2012

Libera prigionia

Racconto terzo classificato alla mia prima partecipazione al contest chiamato "minuti contati", concorso in cui si hanno manciate di minuti per scrivere e pubblicare il racconto. Questo, nello specifico, è stato ideato, ragionato, scritto, riletto e corretto in 22 minuti. Bella esperienza.
Il tema dell'edizione era "un giorno ancora".



Libera prigionia



Il ticchettio del cronografo da polso accompagnava il sussurrato sillabare della voce strozzata:
-Uno, due, tre, quattro, cinque, sei…
Il polso batteva all’impazzata sotto i polpastrelli: diciannove battiti in sei secondi, centonovanta al minuto.
Morgan contrasse gli addominali in una smorfia di dolore cercando di trattenere i conati di vomito, i muscoli delle gambe bruciavano come percorsi da fuoco liquido. Trenta secondi e stava già tornando presente a se stesso: pulsazioni sotto i cento e niente più fitte tra le coste a ogni respiro.
Si rannicchiò stretto in un angolino del pertugio tra le rocce in cui aveva trovato riparo e, attraverso le labbra socchiuse, si fece strada il salmo ventisei.
Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò timore?

-Le lande del Gurtan, l’unico posto della Galassia in cui gli esseri umani non sono al vertice della catena alimentare.
L’Alto Funzionario Kowalski sogghignò di gusto guardando il direttore del Pianeta Prigione mentre questo, impettito e riverente, continuava ad annuire in modo viscido e servile.
-Esatto, Vostra Grazia, potete riferire all’Imperatore che i prigionieri qui sono trattati seguendo alla lettera le Sue direttive. Nessun riparo, nessuna arma, nessuna certezza. La fuga come unica possibilità per sopravvivere ai Kra…
-Tacete, Direttore,- il Funzionario lo interruppe stizzito, -prima che io interpreti le vostre parole come un tentativo di insinuare che io non conosca le direttive dell’Imperatore. Poi voglio godermi lo spettacolo.
E ritornò con lo sguardo sul grosso schermo su cui l’uomo, denutrito e sporco, piagnucolava chissà quale follia.

Il Signore è difesa della mia vita, di chi avrò terrore?
I passi pesanti del Krataal erano ormai vicini: una serie di lente scosse che facevano tremare ogni cosa nel raggio di decine di metri.
Morgan chiuse gli occhi con tutta la forza di cui era capace. Poteva sentire il respiro rauco della creatura appena fuori dalla spaccatura, le zanne sfregare l’una sull’altra come unghie su una lavagna.
Quando mi assalgono i malvagi per straziarmi la carne.
Il Krataal si fermò di colpo e il suo alito fetido riempì frenetico la spaccatura mentre con le narici analizzava gli odori del pertugio: l’aveva fiutato, era finito, non avrebbe visto un altro giorno.
Le possenti zampe si abbatterono sulla parete di roccia cominciando a scavare.
Sono essi, avversari e nemici, a inciampare e cadere.
Un altro colpo e, proprio quando sembrava che tutto fosse perduto, un enorme costone si staccò da sotto le zampe della creatura che perse l’equilibrio e cadde, con tutto il proprio peso, tra le guglie basaltiche, affilate come rasoi. Un tonfo sordo, un rantolio sommesso, una cascata di sangue verde a macchiare la pietra nera. Poi la quiete.
Inni di gioia canterò al Signore.

Il Funzionario sorrise spegnendo lo schermo:
-Amen, prigioniero, vivrai un giorno ancora.
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lunedì 12 novembre 2012

Uomini Liberi


Racconto secondo classificato alla seconda edizione del “666 passi nel delirio”, concorso per racconti a tema variabile (in questa edizione era il Natale) da 666 parole. Selezionato per entrare a far parte della raccolta con i migliori brani dell’edizione che sarà pubblicata su ebook in una non ben precisata data, comunque prima di Natale.


UOMINI LIBERI

Ricordo tutto come fosse ieri: era la sera del 24 dicembre del 1914 quando il soldato Wilson, un ragazzetto appena diciottenne con lo sguardo dell’idealista dalle ore contate, entrò trafelato nella mia tenda.
“Deve venire subito a vedere, Signore.”
“Che succede, soldato?”
“Deve vedere con i suoi occhi, Signore.”

Sul campo di battaglia aleggiava un’atmosfera cupa: la bruma riluceva spettrale sotto il primo quarto di luna, nascondendo tra le sue spire centinaia di cadaveri, pesante lascito degli scontri di giornata.
Nel silenzio, dalle file nemiche si alzò un coro di voci: Adeste fideles, laeti triumphantes.
Ci può credere? Cantavano.
“Che diavolo combinano i crauti?” imprecai.
Nello sbigottimento generale, il soldato Wilson abbandonò la trincea e uscì in campo aperto rispondendo al canto con voce stentorea: natum videte, Regem angelorum.
“Torna indietro, idiota!”
Non sono mai stato un uomo di fede, tantomeno un idealista: ero certo che quello stupido si sarebbe fatto ammazzare. Ma, quando anche tutto il resto del reggimento uscì per unirsi al canto, beh, quella certezza vacillò.
Volevo mettere in guardia anche gli altri uomini, dir loro di tornare in trincea, di non cadere nel tranello.
Invece l’emozione mi ridusse al silenzio: completamente rapito dalla magia di pace che stava prendendo vita d’innanzi ai miei occhi.

Non credo che esistano parole per descrivere quanto accadde quella notte: lei pensi a un Natale in cui dei soldati, nemici che nemmeno parlano la stessa lingua, lasciano a terra le armi e si abbracciano come fratelli, scambiandosi con gioia quel poco che hanno. Li immagini scavare fianco a fianco nel fango per seppellire quegli uomini che loro stessi avevano ucciso. Immagini le loro lacrime mischiarsi su quel terreno dove già si era mischiato il loro sangue.
Quella notte non ci furono inglesi né tedeschi, solo uomini che seppero distruggere il muro d’odio che era stato posto tra loro.
Il dolore non guarda al colore di una divisa, la sofferenza urla allo stesso modo in tutte le lingue, la morte non discerne tra fazioni.
Così, di fronte a tutto ciò, quegli uomini risposero all’odio con la fratellanza, alla guerra con la pace, uniti nel nome di Nostro Signore nel Suo Santo Natale.

La tregua proseguì anche l’indomani. Sapevamo che non sarebbe durata: non avevamo dimenticato la propaganda fatta dai governi per convincerci a odiarci l’un l’altro. Eravamo consci del fatto che quello che stava succedendo era uno schiaffo a tutto ciò che le alte sfere ci avevano inculcato. Ma ormai avevamo aperto gli occhi, avevamo capito: non esiste una guerra giusta, la libertà non è vedere un nemico negli occhi di un uomo che muore, è vedere se stessi negli occhi di un uomo che vive. Questo, nessuno ce l’avrebbe mai più tolto.
Mangiammo e bevemmo tutti alla stessa tavola, ridemmo come fosse il primo giorno della nostra vita.
O forse l’ultimo.

-E come finì la vicenda?
-Finì male, padre. La mattina successiva arrivò al Campo il Generale Murdoch con una lettera firmata da Re Giorgio V in persona. Fummo tutti condannati a morte per alto tradimento: l’esercito non tollera che i soldati abbiano un cuore, tantomeno una coscienza. Io sono qui solo perché un ufficiale del mio grado deve venire giudicato da un’intera giuria di suoi pari. Per questo ho dovuto aspettare la fine della guerra, lo sa quanto sono lunghi quattro anni in una cella d’isolamento?
-È una storia incredibile, Capitano. Le prometto che sarà pubblicata, tutta l’Inghilterra saprà.
Sussurra l’uomo vestito da prete mentre finisce di stenografare su un logoro taccuino di pelle.
-Me lo auguro. Ma ora forse è meglio che se ne vada, ho sentito che l’esercito non vede di buon occhio i giornalisti che si spacciano per preti.
Gli sorrido mentre nasconde gli appunti sotto la talare.
Un cigolio, una guardia fa capolino nella cella:
-È ora.
-Ego te absolvo in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti.
Un rapido segno della croce e mi avvio, senza nemmeno aver toccato il mio ultimo pasto, verso il mio destino.
In catene, ma libero.

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